C’è un’estate che non si dimentica. Quella del 2026 per la Lazio C5 non è semplicemente la fine di una stagione sportiva: è la chiusura di un capitolo che il calcio a cinque giovanile italiano non aveva mai vissuto prima. Tre scudetti conquistati in un solo anno — Under 15 maschile, Under 17 maschile e Under 19 femminile — un’impresa che va oltre i numeri e racconta vent’anni di lavoro silenzioso, metodico, appassionato.
Dietro questa storia c’è Andrea Colaceci, responsabile del settore giovanile biancoceleste , allenatore di Under 15 e Under 17, architetto di un sistema che ha trasformato la Lazio C5 in un punto di riferimento nazionale per la formazione dei giovani atleti. Al suo fianco, Daniele Chilelli, che ha guidato l’Under 19 femminile al titolo completando un tris che entra di diritto nella leggenda.
Lo abbiamo incontrato all’indomani dei festeggiamenti, mentre l’eco delle urla e degli abbracci stava ancora risuonando nei palazzetti. Parla con la calma di chi sa che i grandi risultati non nascono mai per caso — e che il lavoro del giorno dopo inizia sempre prima che finisca quello di ieri.
Come si spiega la continuità di risultati della Lazio C5 nel settore giovanile
«Nella Lazio abbiamo una cultura per cui raggiungere risultati importanti è considerato normale. Non ci autocompiacciamo, semplicemente lavoriamo perché quella normalità si confermi ogni anno. Il segreto, se vogliamo chiamarlo così, sta in due parole che non posso mai perdere di vista: struttura e organizzazione. E poi la diversificazione dei ruoli. Senza queste fondamenta, nessun talento individuale porta da nessuna parte.»
«Io ci ho messo anche me stesso: sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. Mi sono formato sul campo, ho fatto esperienza dal basso. Questo conta, perché chi allena i giovani deve sapere cosa significa stare su un campo di battaglia, non solo leggerlo nei manuali.»
Trattarli già da giocatori: la filosofia dell’agonistico
Come gestisce gruppi con fasce d’età ed esigenze così diverse?
«Le esigenze diverse, in realtà, non esistono — o meglio, esistono sulla carta. Nella pratica, dal settore agonistico in poi — Under 15, 17, 19 — li trattiamo già come giocatori a tutti gli effetti. Nei comportamenti, nella gestione della settimana, nella vita privata, nell’approccio al campo. L’obiettivo è fare di loro dei giocatori completi, non dei ragazzi che giocano a calcio.»
«Ma attenzione: il primo step non è mai il campo. Il primo step è l’aspetto umano. Coinvolge le famiglie, i valori della società, l’educazione, i comportamenti. Solo dopo ci si occupa delle metodologie di allenamento. Chi inverte quest’ordine, sbaglia.»
Prima gli uomini, poi i campioni
Quali valori considera fondamentali nella crescita dei ragazzi?
«Lavorare coi giovani è una missione. La prima cosa da fare è trasmettere con chiarezza i valori che intendi portare e far rispettare. Ed è la più difficile, perché coinvolge anche le famiglie. I genitori devono capire che l’educazione sportiva non è l’educazione di casa: le regole dello sport sono per tutti, indipendentemente da chi sei. I giocatori non sono tutti uguali, ma le regole sì.»
«Parlo di meritocrazia e sacrificio. Quando questi valori vengono incarnati prima di tutto dallo staff, i ragazzi capiscono in modo naturale cosa è accettabile e cosa no.»
Poi abbassa la voce, quasi a proteggere il ricordo: «Abbiamo avuto un ragazzo — non faccio nomi né categorie — che ha avuto dei problemi. Gli abbiamo concesso una seconda possibilità, poi una terza. Il giorno dello scudetto mi ha abbracciato e ha chiesto scusa. Quell’abbraccio ha detto più di qualsiasi titolo. Formare un uomo vale più di qualsiasi trofeo.»
Gli obiettivi non si annunciano, si costruiscono
Come si prepara mentalmente un gruppo a vincere?
«Io non parlo mai di risultati prima che arrivino. Il primo giorno di preparazione estiva dico ai ragazzi pochissime cose, ma fondamentali: ponetevi degli obiettivi, siate ambiziosi, lavorate con passione e divertimento. Il sacrificio e il piacere non si escludono, si alimentano a vicenda.»
«I risultati arrivano sempre alla fine di un percorso lungo, costruito insieme a tutto lo staff, nella condivisione e nel rispetto dei ruoli. Non puoi perdere mai di vista che il gruppo è tutto.»
Dopo i tre scudetti: la storia resa indelebile
Cosa cambia adesso, dopo una stagione così?
«Gli obiettivi, il lavoro, la struttura, l’organizzazione non cambiano. Questa è la prima cosa che ho detto al gruppo. Certo, ripetere questa stagione sarà quasi impossibile per chiunque — anche per noi. Ma è giusto lavorare sempre con degli obiettivi davanti. Da oggi porteremo questi scudetti sul petto, e quella storia scritta diventa una responsabilità in più.»
«Dico sempre ai ragazzi: vestire questa maglia deve farti capire che devi essere protagonista. Non devi soltanto indossarla — devi guadagnartela ogni giorno.»
Il messaggio alla famiglia biancoceleste
Un messaggio a tutta la tifoseria e alle famiglie che hanno vissuto questa stagione?
«Il messaggio è sempre insieme. Quest’anno avevamo quattro scudetti a disposizione nei settori giovanili e vedere in campo centinaia di famiglie, genitori, nonni, zii, a festeggiare insieme qualcosa di così grande… questo non ha prezzo.»
«Il merito è un po’ di tutti: delle famiglie, della società, dello staff. Ma i protagonisti sono sempre e solo i ragazzi. Li voglio ringraziare, perché se già avevamo scritto delle belle pagine nella storia del calcio a cinque giovanile, quest’anno abbiamo reso quella storia indelebile — e forse non eguagliabile.»
Nella stagione 2025/2026 la Lazio C5 ha conquistato tre scudetti giovanili: Under 15 e Under 17 maschili guidati da Andrea Colaceci, e Under 19 femminile affidata a Daniele Chilelli. Un’impresa storica per il calcio a cinque giovanile italiano.

